
3) L'arte della maieutica.
Nel dialogo Teeteto, Platone presenta un altro aspetto originale e
giustamente famoso del pensiero di Socrate: il compito del
filosofo non sarebbe quello di insegnare, ma quello di applicare
la maieutica, l'arte dell'ostetrica, per aiutare colui che ascolta
a partorire la Verit che gi possiede dentro di s.
Platone, Teeteto, 149 a-151 d (vedi manuale pagina 70).
1   [149 a] Socrate - Oh, mio piacevole amico! e tu non hai
sentito dire che io sono figliuolo d'una molto brava e vigorosa
levatrice, di Fenrete? Teeteto - Questo s, l'ho sentito dire.
Socrate - E che io esercito la stessa arte l'hai sentito dire?
Teeteto - No, mai! Socrate - Sappi dunque che  cos. Tu per non
andarlo a dire agli altri. Non lo sanno, caro amico, che io
possiedo quest'arte; e, non sapendolo, non dicono di me questo,
bens ch'io sono il pi stravagante degli uomini e che non faccio
che seminar dubbi. Anche questo [b] l'avrai sentito dire,  vero?
Teeteto - S. Socrate - E vuoi che te ne dica la ragione? Teeteto
- Volentieri. Socrate - Vedi di intendere bene che cosa  questo
mestiere della levatrice, e capirai pi facilmente che cosa voglio
dire. Tu sai che nessuna donna, finch sia ella in stato di
concepire e di generare, fa da levatrice alle altre donne; ma
quelle soltanto che generare non possono pi. Teeteto - Sta bene.
Socrate - La causa di ci dicono sia stata Artmide, che ebbe in
sorte di presiedere ai parti bench vergine [c]. Ella dunque a
donne sterili non concedette di fare da levatrici, essendo la
natura umana troppo debole perch possa chiunque acquistare
un'arte di cui non abbia avuto esperienza; ma assegn codesto
ufficio a quelle donne che per l'et loro non potevano pi
generare, onorando in tal modo la somiglianza che esse avevano con
lei. Teeteto - Naturale. Socrate - E non  anche naturale e anzi
necessario che siano le levatrici a riconoscere meglio d'ogni
altro se una donna  incinta oppure no? Teeteto - Certamente.
Socrate - E non sono le levatrici che, somministrando farmaci [d]
e facendo incantesimi, possono svegliare i dolori o renderli pi
miti se vogliono; e facilitare il parto a quelle che stentano; e
anche far abortire, se credon di fare abortire, quando il feto 
ancora immaturo? Teeteto - E' vero. Socrate - E non hai mai
osservato di costoro anche questo, che sono abilissime a combinar
matrimoni, esperte come sono a conoscere quale uomo e quale donna
si hanno da congiungere insieme per generare i figliuoli migliori?
Teeteto - Non sapevo codesto. Socrate - E allora sappi che di
questa lor [e] arte esse menano pi vanto assai che del taglio
dell'ombelico. Pensa un poco: credi tu che sia la medesima arte o
siano due arti diverse il raccogliere con ogni cura i frutti della
terra, e il riconoscere in quale terra qual pianta vada piantata e
qual seme seminato? Teeteto - La medesima arte, credo. Socrate - E
quanto alla donna, credi tu che altra sia l'arte del seminare e
altra quella del raccogliere? [150 a] Teeteto - No, non mi pare.
Socrate - Non  infatti. Se non che, a cagione di
quell'accoppiare, contro legge e contro natura, uomo con donna, a
cui si d nome di ruffianesimo, le levatrici, che badano alla loro
onorabilit, si astengono anche dal combinar matrimoni onesti, per
paura, facendo codesto, di incorrere appunto in quell'accusa;
mentre soltanto alle levatrici vere e proprie si converrebbe, io
credo, combinar matrimoni come si deve. Teeteto - Mi pare. Socrate
- Questo dunque  l'ufficio delle levatrici, ed  grande; ma pur
minore di quello che fo io. Difatti alle donne non [b] accade di
partorire ora fantasmi e ora esseri reali, e che ci sia difficile
a distinguere: ch se codesto accadesse, grandissimo e bellissimo
ufficio sarebbe per le levatrici distinguere il vero e il non
vero; non ti pare? Teeteto - S, mi pare.
2   Socrate - Ora, la mia arte di ostetrico, in tutto il rimanente
rassomiglia a quella delle levatrici, ma ne differisce in questo,
che opera su gli uomini e non su le donne, e provvede alle anime
partorienti e non ai corpi. E la pi grande capacit sua  ch'io
riesco, per essa, a discernere [c] sicuramente se fantasma e
menzogna partorisce l'anima del giovane, oppure se cosa vitale e
reale. Poich questo ho di comune con le levatrici, che anch'io
sono sterile ... di sapienza; e il biasimo che gi tanti mi hanno
fatto, che interrogo s gli altri, ma non manifesto mai io stesso
su nessuna questione il mio pensiero, ignorante come sono, 
verissimo biasimo. E la ragione  appunto questa, che il dio mi
costringe a fare da ostetrico, ma mi viet di generare. Io sono
dunque, in me, tutt'altro che sapiente, n [d] da me  venuta
fuori alcuna sapiente scoperta che sia generazione del mio animo;
quelli invece che amano stare con me, se pur da principio
appariscano, alcuni di loro, del tutto ignoranti, tutti quanti
poi, seguitando a frequentare la mia compagnia, ne ricavano,
purch il dio glielo permetta, straordinario profitto: come
veggono essi medesimi e gli altri. Ed  chiaro che da me non hanno
imparato nulla, bens proprio e solo da se stessi molte cose e
belle hanno trovato e generato; ma d'averli aiutati a generare,
questo s, il merito spetta al dio e a me. Ed eccone la prova. [e]
Molti che non conoscevano ci, e ritenevano che il merito fosse
tutto loro, e me riguardavano con certo disprezzo, un giorno, pi
presto che non bisognasse, si allontanarono da me, o di loro
propria volont o perch istigati da altri; e, una volta
allontanatisi, non solo il restante tempo non fecero che abortire,
per mali accoppiamenti in cui capitarono, ma anche tutto ci che
con l'aiuto mio avean potuto partorire, per difetto di allevamento
lo guastarono, tenendo in maggior conto menzogne e fantasmi che la
verit; e finirono con l'apparire ignorantissimi a se stessi ed
altrui. [151 a] Di costoro uno fu Aristde, figlio di Lismaco; e
moltissimi altri. Ce n' poi che tornano a impetrare la mia
compagnia e fanno per riaverla cose stranissime; e se con alcuni
di loro il dmone che in me  sempre presente mi impedisce di
congiungermi, con altri invece lo permette, e quelli ne ricavano
profitto tuttavia. Ora, quelli che si congiungono meco, anche in
questo patiscono le stesse pene delle donne partorienti: ch hanno
le doglie, e giorno e notte sono pieni di inquietudine assai pi
delle donne. E la mia arte ha il potere appunto di suscitare e al
tempo [b] stesso di calmare i loro dolori. Cos  dunque di
costoro. Ce n' poi altri, o Teeteto, che non mi sembrano gravidi;
e allora codesti, conoscendo che di me non hanno bisogno, mi do
premura di collocarli altrove; e, diciamo pure, con l'aiuto di
dio, riesco assai facilmente a trovare con chi possano
congiungersi e trovar giovamento. E cos molti ne maritai a
Prdico, e molti ad altri sapienti e divini uomini. Ebbene, mio
eccellente amico, tutta questa storia io l'ho tirata in lungo
proprio per questo, perch ho il sospetto che tu, e lo pensi tu
stesso, sia gravido e abbia le doglie del parto. E dunque affidati
a me, che sono figliolo [c] di levatrice e ostetrico io stesso; e
a quel che ti domando vedi di rispondere nel miglior modo che sai.
Che se poi, esaminando le tue risposte, io trovi che alcuna di
esse  fantasma e non verit, e te la strappo di dosso e te la
butto via, tu non sdegnarti meco come fanno per i lor figliuoli le
donne di primo parto. Gi molti, amico mio, hanno verso di me
questo malanimo, tanto che sono pronti addirittura a mordermi se
io cerco strappar loro di dosso qualche scempiaggine; e non
pensano che per benevolenza io faccio codesto, lontani come sono
dal sapere [d] che nessun dio  malevolo ad uomini; n in verit
per malevolenza io faccio mai cosa simile, ma solo perch
accettare il falso non mi reputo lecito, n oscurare la verit.
[...].

 (Platone, Opere, volume I, Laterza, Bari, 1967, pagine 276- 279).

